
RICORDO DI MONS. CESARE PAGANI
Credo che la parola “ricordo” non sia la più adatta per qualificare quanto sussiste di Mons. Cesare Pagani in quanti ebbero la fortuna di averlo potuto conoscere realmente, per l’osservazione quotidiana della sua vita e l’intuizione spirituale capace di cogliere la dimensione intima della sua anima. Direi meglio di una sua “presenza”: Mons. Pagani è stato, per chi gli è vissuto vicino, un padre da non deludere e un maestro del quale uno vorrebbe sempre essere degno.
Fin dall’inizio del suo episcopato Mons. Pagani fu infinitamente di più di quanto io posso ricordare di lui e potei allora capire della sua persona, perché quando venne a Città di Castello ero sacerdote solo da qualche mese e non avevo che un limitato equipaggiamento spirituale e culturale al momento di iniziare a vivergli vicino. Intuivo la sproporzione: solo l’accettarmi come un figlio poté rendergli gradita la mia immatura presenza.
Vorrei innanzi tutto ricordare l’incontro di Mons. Pagani con noi, con le Chiese di Città di Castello e di Gubbio così come mi pare che fossero al momento della sua nomina alla loro guida. È il quadro che ricostruisco facendo una sintesi delle esperienze di allora, lette dal mio punto di vista di segretario del Vescovo, vale a dire partecipe e testimone del suo impatto con quella realtà nuova per lui e delle fatiche che dovette affrontare.
L’affidamento delle due diocesi per vari anni agli Amministratori Apostolici e le voci che circolavano di una possibile ristrutturazione delle circoscrizioni ecclesiastiche umbre, aveva prodotto un senso di incertezza e di stanchezza accentuate da certa confusione dovuta alle tensioni del periodo post conciliare e della mentalità sessantottina, presenti anche, a modo nostro, nel nostro piccolo ambiente. Mi pare che nel clero giovane della nostra diocesi fosse evidente una certa carenza di riferimento concreto al vescovo, che era sentito sempre come una presenza personalmente provvisoria, trattandosi di un Amministratore Apostolico, forse poco soddisfatto pure lui della condizione del suo servizio. I preti anziani reclamavano il vescovo residenziale per la paura che la nostra antica diocesi venisse a scomparire.
Ci fu un po’ di delusione quando si seppe che c’era stato dato un vescovo da dividere a “mezzadria”, dicevamo, con Gubbio. Una quarantina di chilometri di distanza, ma lontana nella mente e nella storia, Gubbio si portava dentro un’anima un po’ marchigiana: maggiormente conservatore e tranquillo il clero, forgiato durante tanti anni dalla presenza paterna di Mons. Beniamino Ubaldi, che era tutto per gli eugubini e che, nella sua figura calma e rocciosa di contadino dell’Appennino toscoromagnolo, aveva assunto o accentrato in sé tutto il senso della diocesi: era venerato dai preti e adorato dal popolo, anche dai comunisti, rossissimi, del luogo.
Ubaldi: una successione difficile per Mons. Pagani, specialmente se si considerano i tempi che gli toccò vivere, tanto diversi da quelli del suo predecessore. Al passaggio del fronte il ruolo di “defensor civitatis” Ubaldi lo ebbe grandissimo a Gubbio: basta ricordare la tragica vicenda dei “Quaranta Martiri” .
Bisogna dirlo francamente: a Gubbio Pagani fu sempre un po’ perseguitato dal ricordo di Ubaldi, in quanto usato come istintivo, seppur miope, confronto o istintiva barriera. Una volta qualcuno propose a Pagani di assistere alla proiezione del filmato dei funerali di Mons. Ubaldi: una fiumana di gente che non finiva mai. Certamente quella visione accrebbe la sua venerazione per il predecessore ogni volta che entrava in Cattedrale sostava in preghiera davanti alla sua tomba , ma allo stesso tempo quale ferita nel suo cuore… Io rimasi sempre col dubbio che lo avessero fatto con un pizzico di malizia… per chiarire le cose e lo stesso, devo dire, pensò un po’ anche il Vescovo.
A Castello era diverso. Noi gli sembrammo un po’ più spicci. Più indisciplinati forse, allora, con alcuni sacerdoti “arditi” in teologia e in politica e con qualche comprensibile frattura nel clero, tra giovani e anziani, “progressisti e conservatori”. La “Contestazione”, ripeto, aveva avuto un’incidenza considerevole nello spirito dei preti giovani di Castello, intelligenti e molto uniti tra loro in un movimento d’idee e d’ideali che da una lettera aperta che nel 1970 avevano pubblicato in diverse, serrate puntate sulle pagine locali dei principali giornali e che esaminava criticamente, ma un po’ tra il saccente, l’ingenuo e l’ironico, tutti gli aspetti della vita della nostra Chiesa, furono identificati come “quelli di Lettera ’70”. Il governo un po’ bonaccione di Mons. Parodi non seppe cogliere a colpo d’occhio gli elementi problematici del bagaglio ideologico che supportava l’attività, per altro ben intenzionata, del nostro gruppo: toccò a Mons. Pagani, che vedeva lontano e che già sapeva per recente esperienza vissuta a un livello più vasto del nostro dove potevano condurre certe strade, coglierne qualche doloroso frutto anche nella difficile relazione con alcuni sacerdoti.
Direi che al momento della nomina di Mons. Pagani inviato con la specifica missione di unire le due piccole diocesi, l’idea del vescovo avesse a Gubbio un senso di pieno un po’ orgoglioso e a Castello, piuttosto, un senso di vuoto un po’ scettico.
Fu annunciata la nomina di Mons. Pagani… e la delegazione del Capitolo partì in tromba per Roma per presentare all’Eletto il dovuto ossequio, le felicitazioni, le promesse, ecc. ecc. Tra i canonici recatisi a Roma ce n’ era uno che si era sempre distinto per il fervore col quale reclamava la presenza di un “Vescovo vero” e anche per la sua maniera particolarmente pratica e chiara di esprimersi. Ebbene, al ritorno della commissione, appena lo vidi in Cattedrale, gli chiesi la sua impressione sul nuovo Vescovo, per quel poco che di lui aveva potuto capire durante la breve visita di cortesia: aveva capito tutto al volo e mi disse, testualmente, pensando di certo alla sua passione per avere il vescovo: “ci siamo fatti la frusta per il nostro culo“. Effettivamente quanti avevano gioito per la sospirata nomina del nuovo vescovo pensando che questi si sarebbe inserito più o meno tranquillamente nel quadretto della nostra diocesi se ne sarebbero presto fatti una nuova opinione.
Stupì e diede anche adito a qualche perplessità il fatto che il nuovo vescovo avesse espresso, durante l’incontro con la delegazione del Capitolo, il desiderio di ricevere quanto prima, a Roma, delle relazioni informative da parte dei responsabili di curia e dei vari settori pastorali per farsi un’ idea della vita della diocesi ancora prima di metterci piede ufficialmente, perché in segreto era già venuto a Castello quando seppe della sua nomina, tanto per dare uno sguardo alla città: chi non lo conosceva bene avrebbe pensato poi a un gesto di impazienza efficientistica e chi, invece, lo conosceva alla sua versione del fatto: la prima carezza di un fidanzato, come definì lui stesso quella visita. Il commento semplice e spontaneo a tutto questo fu: “è un milanese…”.
Venne finalmente il 19 di marzo, giorno dell’ingresso del Vescovo. La mattina prese possesso di Gubbio e nel pomeriggio fece la sua entrata a Città di Castello. Fu una cosa fatta alla svelta, che testimoniava anche come fossero cambiati i tempi. Provai un senso di pena ricordando l’ingresso tanto solenne di Mons. Cicuttini, con l’arrivo in cappa magna a Porta S. Maria e da lì, sotto il baldacchino, in processione alla Cattedrale tra due ali di popolo festoso. A Mons. Pagani lo portarono in macchina fino alla scalinata della Cattedrale. Forse non erano più tempi da ali festose di popolo. L’unico lusso fu la collocazione, del tutto straordinaria, del “Paliotto”, davanti all’ altare. Alla fine di quella giornata di “presa di possesso” delle sue due Chiese dormì finalmente nell’episcopio di Città di Castello. Voleva dire che Castello sarebbe stata la diocesi di residenza. Potrebbe sembrare ora un problemino questo della residenza, ma in realtà si trattava di una cosa seria e che avrebbe portato delle conseguenze sul tipo di “vitalità” di rapporto del Vescovo con una delle due diocesi.
Si tratta di sapere se la presenza di un vescovo in una diocesi risponda a criteri funzionali o pratici, o sia piuttosto l’incarnazione di un carisma completo e complesso d’identificazione personale del vescovo con una Chiesa intesa come un corpo vivo, una personalità definita, insomma uno sposalizio, come dicevano gli antichi e come sta a significare l’anello episcopale. Non si trattava solo di un fatto esteriore o amministrativo, ma di qualcosa di molto vero e umano, alla fine di un diritto di una Chiesa. Tutti sapevamo che la diocesi “più vera” sarebbe stata quella che avesse avuto la residenza normale. Per secoli il Vescovo “concittadino” era stato parte sostanziale dell’identità della città e ora in una delle due diocesi questo dirittodignità si sarebbe visto necessariamente mortificato. Mons. Pagani scherzava a volte sulla sua “bigamia”, ma per lui fu una croce vera perché questa sistemazione comportava non solo una grande fatica fisica e spirituale ma anche un senso di quasi insuperabile mortificazione nel suo rapporto con la diocesi di non residenza.
La fatica fisica la si capisce se si pensa al continuo muoversi tra Castello e Gubbio; credo che facessimo un trentamila chilometri all’anno, sempre lì, sempre sulle stesse strade. Vivevamo in macchina, ne avevamo nausea. Monsignore, per i precedenti chirurgici che aveva sofferto, avrebbe dovuto condurre una vita più riguardata, per esempio riposare dopo pranzo: quante volte lo doveva fare in macchina… talvolta stava anche male; quanto deve aver sofferto per il freddo nelle mattinate invernali in Curia a Gubbio, quando dava udienza… Il suo ufficio era senza riscaldamento, solo con una stufetta elettrica, spesso ancora spenta quando arrivava. Conduceva, insomma, una vita esattamente contraria a quella che avrebbe dovuto fare… ma diceva: “si vive una volta sola…”.
La fatica psicologica era data soprattutto da una specie di doppia vita che doveva condurre in due diocesi differenti tra loro; tutte le feste celebrate in due cattedrali, due Settimane sante, due Curie: alla fine tutto questo era snervante.
Il Vescovo ripeteva sempre che il Papa gli aveva dato la particolare missione di unire le due diocesi e si mise di cuore in quest’impegno, (possiamo ricordare gli incontri dei due presbiteri, dei consigli presbiteriali, i convegni ecclesiali ad Umbertide…) ma la personalità singolare, o la coscienza storica, delle due diocesi la vinse e verso la fine del suo servizio episcopale a Città di Castello e Gubbio Mons. Pagani si era convinto che non si potesse andare avanti così.
Un altro “handicap”, o in linguaggio più ascetico, mortificazione, il Vescovo dovette affrontare e vivere durante gli anni del suo episcopato nelle due diocesi. Mons. Pagani venne con una storia e una notorietà per gli incarichi che aveva ricoperto e si sapeva che era arrivato nelle nostre piccole diocesi cavalcando, praticamente, il siluro della bocciatura delle ACLI. Un po’ tutti si pensava realisticamente che la sua nomina a Castello e Gubbio non potesse che essere qualcosa che sapesse di penitenza momentanea e che costituisse, allo stesso tempo, una sorta di “trampolino di lancio” per mete più significative. Quando poi il clero cominciò a conoscere la personalità decisa, chiara, motrice, presente del Vescovo, nessuno potè più coltivare l’illusione che sarebbe durato a lungo nelle nostre due piccole diocesi: “non dura”, “ci starà per un po’…”, erano questi i commenti continui che si ascoltavano e che non contribuivano, nei primi anni, a prendere sul serio e con senso di durata il programma incisivo del Vescovo. Non erano commenti cattivi. All’inizio apparivano semplicemente logici: “uno così da noi è sprecato”. Era la voce del buon senso. Anche Pagani lo sapeva che, vivendo, non sarebbe stato per sempre Vescovo di Castello e Gubbio. Lo sapeva meglio di tutti perché questo fu il pensiero del Papa quando gli propose di diventare vescovo “di quelle due piccole diocesi in Umbria…”, quasi scusandosi di non potergli offrire, al momento, qualcosa di meglio per dimostrargli la stima e l’affetto di un vecchio padre che vuole accarezzare un figlio dopo averlo dovuto far soffrire.
Ho voluto sottolineare questo fatto perché, a mio avviso, fa risaltare ancora di più la donazione completa di sé che Mons. Pagani realizzò nelle sue due diocesi. Fu proprio della sua tempra morale saper vivere la totale fedeltà a un “presente” accettato e vissuto come se fosse tutto il futuro, pur sapendo con la ragione che non lo sarà. Il nostro Vescovo non visse come “in transito” i suoi anni a Castello e a Gubbio e il pensiero di un suo possibile trasferimento a una diocesi più importante fu in lui un pensiero razionale, ma inerte e chiuso in qualche perduto cassetto della sua disciplinata e ascetica personalità. A mons. Pagani non interessava la carriera, ma la santità e il luogo della santificazione era per lui quello dove viveva il suo oggi: sapeva che Dio, e non circostanze più o meno diplomatiche, lo aveva inviato alle sue diocesi e la sua identificazione con esse fu istantanea nella sua mente e nel suo cuore. Per lui si trattò di fare una obbedienza ancora e guadagnarne il merito.
Forse fu in uno di quei momenti umani di solitudine maggiore dell’inizio che mi disse: “se qui fra due anni non mi sarò fatto degli amici me ne vado.”: gli risposi che era difficile per un vescovo farsi degli amici nella sua diocesi, ma credo anche che due anni dopo Mons. Pagani avesse già capito che un padre in casa sua non può avere tanto amici quanto figli e che la paternità è gratuita, non aspetta di venir capita o contraccambiata per essere tale, e… non se ne andò.
Ma il bell’ideale dovette diventare vita vissuta nella fatica fedele di tutti i giorni e quest’impegno entrò a far parte degli elementi portanti della sua ascesi interiore.
Quanti lo conobbero bene sanno del suo attaccamento alla vita contemplativa, “Santa Teresona e Santa Teresina”, diceva per significare due dimensioni del suo ideale. Mi viene da dire che lui fu “Santa Teresona” nella palese visibilità della sua vita: operosità, lavoro costante, grande portata di fatica in continuo contatto con Dio, sorgente originale della sua grande capacità realizzatrice e coordinatrice del lavoro altrui. Ma fu “Santa Teresina” nella rinuncia a sé, nella mortificazione, nella semplicità infantile e spontanea del suo rapporto col Padre, nella spoliazione di sé e nella ricerca di nascondimento interiore. A me è sembrato di cogliere sempre in lui due dimensioni di vita in realtà erano una sola una religiosamente pubblica e una spiritualmente segreta, che si inseguivano o forse direi meglio una che era spirituale, bella, ma conforme alla sua base umana naturale e un’ altra che era quella che nasceva dalla sua quotidiana ascesi, quella dell’ “uomo nuovo” in continua crescita in corrispondenza con le sempre nuove e provvidenziali vocazioni della sua vita e che andò progressivamente rimpiazzando la precedente che era pur “naturalmente” buona. Ebbene, questo sforzo ascetico di rinuncia a se stesso Mons. Pagani lo visse anche nell’impegno amoroso che mise in atto nell’accettare quel certo umano esilio che, specialmente all’inizio, fu per lui la vita in Umbria, lontano dai contatti umani e culturali ai quali era abituato e accettando anche un ritmo di lavoro con persone molto diverse e, per esperienza di vita e di vedute, più piccole di lui, perché data la sua preparazione e la sua sensibilità al sociale gli ci volle poco a calarsi nella realtà concreta della sua nuova terra e comprenderla; ma interiormente si sarà ritrovato a vivere tutte le difficoltà umane della nuova situazione di vita.
Il vero abbraccio con la sua nuova terra, nuova gente, nuova chiesa, avvenne a livello interiore con la nuova persona che nacque in lui al diventare Vescovo, ossia padre. Tutti i suoi impegni anteriori li visse indubbiamente con animo molto sacerdotale (come sarebbe bello avere la macchina del tempo e poterlo vedere giovane curato negli ultimi mesi di guerra, cappellano predicando su un banchetto all’uscita degli operai dalla fabbrica…), ma con l’ episcopato cominciò a vivere una dimensione nuova, la possibilità di un abbraccio molto più grande, una sollecitudine e un’ angustia per tutti. Ormai non aveva più un ruolo di “Assistente ecclesiastico” “tecnicopastorale”, come sarebbe stato a una riunione della direzione delle ACLI; ormai era un Vescovo, ruolo, questo, del tutto diverso nella sostanza e che per una esperienza del tutto nuova della realtà della Chiesa, conosciuta, come forse mai prima, nelle sue grandezze e nelle tante meschinità e miserie, o sfonda con speranza nell’esperienza del Mistero più grande o si accartoccia.
Ebbi durante i primi tre anni del suo episcopato la sua vita davanti ai miei occhi e non potevo non andar scoprendo con gioia la grandezza dell’anima di Mons. Pagani, che era evidente nella quotidianità più semplice del suo vivere, come è per gli uomini veramente religiosi, per i quali il senso vero e il valore autentico dell’esistenza si gioca a livello interiore. Non esistevano in lui due stili di vita, quello pubblico, quello dei discorsi, delle assemblee e quello privato nel quale avrebbe potuto concedersi una maggiore libertà anche nel tratto con le persone. Con nessuno avrebbe voluto che il suo rapporto restasse formale; purtroppo pochi erano abituati ad avere una relazione confidenziale, aperta e anche scherzosa col vescovo; talvolta qualche sua battuta bonariamente ironica, che lui buttava là proprio col desiderio di familiarizzare e ridere non veniva colta con semplicità ma con sospetto. Era estremamente rispettoso degli atti altrui, non imponeva nulla in privato, solo si limitava a preannunciare le negative conseguenze di azioni o scelte che lui considerava oggettivamente sbagliate: “attento… nella vita si paga tutto”.
Dopo qualche mese dall’inizio del suo servizio episcopale nelle nostre diocesi, parve anche a me che fosse accaduta una trasformazione. All’inizio appariva più “normale” o semplice, poi, ad un certo momento parve come meno spontaneo. “Ecco, ha assunto il ruolo del Vescovo” dissero alcuni; ma non si trattava di una maschera. Certo era troppo intelligente per non capire che nel piccolo labirinto di sfumature delle sue diocesi bisognava anche essere “astuti come i serpenti”, per osservare, capire e governare; sapeva poi squadrare le persone con un pizzico di distanza che a volte gli rimproveravo alla buona: “ma insomma lei divide gli uomini tra i “non è un’aquila” e i “l’è minga stupid”… Intuiva subito i generali con la stazza da sergenti e i sergenti con quella da generali. Chiunque, però, se animato da un pizzico di anelito spirituale, avrebbe potuto sempre avvicinarsi a lui sfondando la sua “scorza”, quella della quale tanto facilmente poteva apparire avvolto uno come lui, solenne e dotto, che sprizzava autorità innata: Mons. Pagani emanava autorità e la gestiva con responsabilità ed era bellissimo, naturale e gratificante servire un uomo così; ma l’ho visto anche piangere. Quella sua apparente trasformazione esteriore, una specie di “episcopalizzazione” della sua personalità era la scoperta del giogo dell’episcopato.
Pagani non visse mai disinvoltamente, con la facilità di chi confida nelle sue capacità umane, il suo carisma episcopale; esso era per lui qualcosa intimamente suo per la realtà indubitabile del carattere sacramentale che sapeva bene ed eternamente impresso nella sua anima; ma anche non suo, nel senso che sapeva bene che l’episcopato era il talento del quale avrebbe dovuto rendere conto. E ricevette il talento con la serietà e responsabilità assoluta del “servo fedele”, il pensiero sempre diretto al Giudizio: “si vive una volta sola…”. Il fatto che avesse assunto il “ruolo” del vescovo e che ad occhi esterni e poco attenti avrebbe potuto apparire come un fatto d’orgoglio, fu invece un fatto d’umiltà. Con la sua finezza spirituale avvertiva nel suo intimo la sproporzione tra lui e il suo ministero in Cristo Pastore che dà la vita per le sue pecore. Quel “ruolo” era la meta della sua tensione spirituale e ascesi personale; chi conosce gli esami di coscienza che Cesare Pagani faceva la sera su come aveva vissuto la sua giornata da Vescovo? Quel ministero più alto, al quale era stato chiamato, costituiva per lui, non assurda quanto incomprensibile compiacenza per una carriera, ma quella lama di luce che rivela nell’aria impurità altrimenti invisibili: un andare giù dentro, mentre poteva sembrare essere andato su fuori… Anche per lui, come per tutti coloro che vivono la chiamata come una predilezione, a loro giudizio incredibile e immotivata, del Signore si realizzava continuamente quell’esperienza spirituale che fece dire alla Vergine: “ha visto l’umiliazione della sua serva” e a Simone appena chiamato alla sequela: “allontanati da me, Signore, perché sono un peccatore”. Per l’uomo Pagani essere il Vescovo Pagani era un atto di fede. Una volta mi disse: “Come deve essere difficile la fede per il Papa”. Non capii e gliene chiesi la spiegazione; mi rispose più o meno: “Da prete l’ atto di fede mi sembrava più semplice, ora da Vescovo è tanto più difficile“. Certo che lui solo sapeva bene il senso spiritualmente fecondo e la radice intima, direi mistica, di questa risposta solo apparentemente sconcertante che ricordai con commozione e intuii nella sua alta valenza spirituale quando lessi nel suo testamento quelle parole su Lui “sempre più lontano”, che destarono l’interrogativo di qualcuno che forse sapeva poco delle sorprendenti articolazioni del mistero di intimità di un’ anima con Dio.
“In lumine vultus tui“: Dio, da sempre amato e da lui sempre più cercato, era il senso e l’orizzonte di tutto il suo agire. A Lui riconduceva tutti i discorsi, anche quelli più normali e con Lui era sempre in dialogo. Pregava. Le messe più belle erano quelle che celebrava nella cappella di casa, immedesimato in Gesù. Gli si leggeva in faccia non solo la devozione, ma il susseguirsi dei sentimenti, gli occhi socchiusi, talvolta sembrava sorridere. Gli piaceva come cantava Ornella Vanoni e spesso faceva il ringraziamento alla comunione cantando in segreto al Signore “Ti amo”.
Era un uomo che amava e serviva la Verità. Non faceva altro. Praticamente non si concedeva nulla. Aveva una piccola collezione di dischi e un giradischi “mono” che faceva pietà: non l’ho mai visto mettere su un disco. Però la musica gli piaceva, ma ne faceva a meno per lavorare meglio e altro tempo da dedicarle non ne trovava. L’unica cosa “rilassata” che si concedeva era il Milan. Da giovane deve aver giocato bene; una volta in seminario lo vidi agganciare al volo un pallone e palleggiarlo con serietà, piacere e con l’abilità di uno che da giovane aveva sempre calciato con la sottana: il tocco classico del coadiutore di un oratorio ambrosiano. Quando tornavamo a casa di domenica pomeriggio in tempo di campionato mi faceva scendere a qualche bar per chiedere cosa avesse fatto il Milan. Se poi c’era la partita alla tele la scena era sempre la stessa: arrivava come per caso e si fermava in piedi “a vedere un momentino”, poi continuava a star li in piedi di momentino in momentino per tutta la partita. Anche col pingpong andava forte e solo le proteste di Rafaella gli impedirono di piazzare un tavolo nell’ingresso…
Ho scritto questi dettagli, ma non credo di essere andato fuori tema. Voglio dire che non era una persona solo seria, quasi priva di gusti; anche da studente non deve essere mai stato un “secchione secchione”. Solo che sapeva che “si vive una volta sola” e aveva scelto di concentrare le sue possibilità non nella cornice ma nella sostanza della vita, la Verità di Dio.
La Verità. Non amava i “giochetti” con le persone; non mandava nessuno “da Erode a Pilato”. Non tutti saranno stati d’accordo con lui in tutto, ma nessuno ebbe mai motivo di dire di essere stato giocato dal Vescovo.
Per amore alla Verità si “sputtanava” (sit venia verbi), andava contro corrente, cozzava con le indiscusse affermazioni di moda, si metteva nei pasticci, si esponeva alle critiche dei locali e momentanei “pontefici” “supervescovi”, li chiamava e andava a cercarsi le grane, accettava di non piacere. Vorrei ricordare dei fatti concreti.
La lettera “I cattolici e la questione comunista”. Una volta a Gubbio qualcuno fece notare a Mons. Pagani che il giorno dell’Immacolata, Patrona della Città, nella chiesa di San Francesco venivano distribuite circa cinquemila comunioni. Ora tutti gli abitanti superavano di poco i diecimila e i voti democristiani erano poco più di mille: chi faceva dunque la comunione? Tanti che votavano comunista: avanti, dunque, tranquilli.
Questo tipo di discorsi per Mons. Pagani non quadravano. Anche se poteva essere per lui consolante il sapere che tanti suoi fedeli votassero comunista senza che questo ne intaccasse il retaggio religioso, volle far notare un problema che aveva a che fare con la verità e la coerenza e volle affrontarlo a livello di principi, per amore alla verità e perché sapeva che le idee incidono nella realtà, che non era così semplice e ingenua
come noi accettavamo o c’eravamo convinti che fosse. La lettera fece scalpore lì per lì; forse fece piacere agli stessi comunisti il fatto che qualcuno li notasse come un problema oltre l’acqua calma dello stagno burocratico; ma fu certamente un fatto isolato o neutralizzato.
In ogni modo non pochi commenti sfavorevoli, la mancanza di conseguenze e il dimenticatoio nel quale la lettera presto cadde avrebbero dovuto insegnare al Vescovo che non valeva la pena andare a cercar grane tirando da solo il sasso nel pollaio. Invece ripeté la cosa, da arcivescovo di Perugia, con molta coerenza, sul terreno molto più arcano e sdrucciolevole della massoneria. Fece il suo dovere di vescovo preoccupato della verità più che di una quieta coesistenza o delle ambigue strette di mano tra arcivescovo e autorità. Poco importa che non ci siano state apparentemente delle conseguenze: Edith Stein diceva che le cose che più servono per il Regno dei Cieli sono quelle che non servono a niente in questo mondo.
Un’altra di queste occasioni successe a Lima. Chiese di potersi incontrare con Gustavo Gutierrez, ma era assente e degli amici preti italiani che lavoravano in una barriada delle più malfamate gli organizzarono un incontro con uno dei cervelli sociologici della teologia della liberazione. Beh, successe che lui si mise a controbattere le tesi dell’esperto. Ci rimasero tutti tanto male e offesi, direi scandalizzati per il fatto nuovo e inedito di un vescovo italiano, in uno dei luoghi più poveri del paese, di fronte ad un esperto del luogo, si fosse messo a controbattere Ratzinger prefetto era di là da venire invece di profittare dell’ occasione per abbeverarsi giulivo alle sane fonti della teologia della liberazione. Quanti altri nei loro pellegrinaggi latinoamericani si saranno trovati nelle stesse circostanze, perplessi di fronte a quelle stesse proposizioni che Pagani prese per le coma “sputtanandosi” e rischiando di passare per uno che non ama i poveri, e se la saranno cavata con generici sorrisi, incoraggiamenti poco convinti, frasi di circostanza e diplomatiche benedizioni.. .
Bisognava che avesse avuto non solo una mente lucida, ma anche ben fissa su Qualcosa ben oltre la cronaca del quotidiano, per avere il coraggio e avvertire la necessità, ogni giorno e con tutti, di servire una Verità apparentemente neppure richiesta dalle circostanze tranquille dell’ambiente. E da solo e senza gli applausi del successo.
Non si batteva solo per le questioni apparentemente teoriche, ma anche sui problemi concreti, come il lungo sciopero degli operai delle “officine Nardi”, nonostante che molti lo sconsigliassero dall’immischiarsi in tale faccenda. Poco dopo l’inizio del suo servizio a Gubbio volle rendersi conto della maniera con la quale l’amministrazione della Mensa vescovile portava avanti i lavori di ristrutturazione dell’ episcopio e vide che si trattava della maniera detta “in economia”: era il termine tecnico che sottintendeva il lavoro non in regola per mancanza di fondi. Il Vescovo andò di persona a parlare con ciascun manovale appuntando nome, cognome, rimunerazione e condizione previdenziale. Diede all’amministratore un certo tempo per mettere tutto in regola, e stabilì il giorno nel quale lui stesso si sarebbe altrimenti autodenunciato al tribunale del lavoro per inadempienze sindacali. Era molto preoccupato per la lentezza dei lavori della superstrada E 45 e quando si produceva un incidente mortale non mancava di inviare un telegramma al Ministro dei lavori Pubblici.
Una volta si mosse ben sapendo che si sarebbe bruciato le penne. Fu l’incontro con i preti operai. Non ne fui testimone diretto perché stavo facendo il corso Ceial a Verona per prepararmi per l’ America Latina, ma il Vescovo mi raccontò i fatti.
Si sapeva che i preti operai Mons. Pagani ne conosceva molti avrebbero celebrato un loro incontro nazionale in una località dell’Appennino emiliano e lui pensava che avrebbe potuto essere l’occasione per tentare un incontro tra loro e un vescovo dopo anni di silenzio reciproco. Sapeva bene che l’unico risultato sarebbe stato quello di sfondare la porta e caderci sopra. Preparò l’incontro con sondaggi su due fronti. Fece un
giro di telefonate a numerosi vescovi per avere la loro opinione; raccolse tutti pareri scettici sull’iniziativa e molti lo sconsigliarono dall’ intraprenderla: “se lo fai, lo fai a titolo personale”. Prese poi contatto con qualche coordinatore dei preti operai che sondò la base, e anche lì i pareri furono in maggioranza sfavorevoli. Tornando a casa da Verona a metà novembre lo raggiunsi a Bologna nella redazione de “Il Regno” mentre concludeva una conversazione con un responsabile dei preti operai e lì seppe del loro parere sfavorevole all’incontro. Ma intanto altri di loro gli fecero sapere direttamente che avrebbero gradito la sua presenza e quindi decise, “motu proprio”, di andare. Sull’ingresso della sala lo ricevette don Sirio Politi con queste parole: “sconfessa la lettera sui comunisti e ti riceviamo a braccia aperte”. Fu anche fischiato, ma aveva dato la spallata alla porta. Sapeva che non avrebbe raccolto lui i frutti di quella mossa, a parere di molti azzardata, ma che avrebbe facilitato la strada a qualcun’ altro che sarebbe venuto dopo, e così fu.
Ci fu anche la questione del Referendum sul divorzio che gli fece vivere un momento duro e doloroso a Castello con i preti di “Lettera 70”: non ebbe nessuna eleganza speciale, tattica, malattie o astuzie diplomatiche: “questo documento come è scritto non piace neppure a me, ma obbedisco io e obbedite voi”; qualcosa si ruppe con qualcuno: mi disse: “ricordati sempre che la Verità è più importante dell’amicizia”.
Arrivò il momento di dover decidere la mia partenza per la missione. Mi portò al Santuario di Canoscio e mi diedela sua benedizione davanti all’Immagine della Madonna e mi affidò alla sua materna protezione; eravamo soli in chiesa. Poi volle comunicare personalmente la cosa ai miei genitori. Con molta delicatezza li invitò a cena e parlò con loro incoraggiandoli. Nel ’78, poi, decise all’improvviso di accompagnarmi nel mio primo ritorno in Perù, affrontando la scomodità del viaggio sulla Cordillera, l’alta quota dove vivevamo, la stagione inclemente.
Uno dei ricordi più belli furono le vacanze a Courmayeur nell’81, assieme a don Giancarlo. Tornavamo in macchina da una piccola escursione di mezza giornata; a mezzogiorno accese l’autoradio per ascoltare il radiogiornale; eravamo sui binari del passaggio a livello di Fenis: “È deceduto questa mattina Mons. Ferdinando Lambruschini, Arcivescovo di Perugia”. Fermai la macchina, lo guardai e gli dissi: “Non ho più il mio Vescovo”.
Credo che, a quel punto, Mons. Pagani sapesse già che, comunque, sarebbe stato presto trasferito a una sede più importante, ma l’improvvisa morte di Mons. Lambruschini fece sì che la “promozione” avvenisse, con soddisfazione di tutti noi, in modo tale da farlo restare in terra umbra.
Ero gia tornato in Perù quando seppi della nomina. Mi scrisse subito, ma non prima che la notizia fosse ufficiale. Era molto corretto e nelle cose riservate non si lasciava andare a confidenze con nessuno. Ormai sapeva di essere definitivamente legato all’Umbria, quella terra dove lui, lombardo, mai avrebbe pensato di giungere a vivere e a morire. Credo che a Perugia, grazie anche alla “stabilitas”, ormai certa anche per gli altri, la sua paternità si dilatò a un livello di grande intensità spirituale: quella dell’offerta illimitata di tutto se stesso.
Il mio rapporto con lui si fece necessariamente diverso: restò immutato nell’affetto e nella corrispondenza epistolare. Nei sette anni che fu vescovo a Perugia io tomai in Italia un paio di volte. Credo che potei incontrarmi con lui in tutto sei o sette volte; naturalmente non potevo più andare a cena la sera e quando chiamavo per telefono mi scontravo con la barriera dei filtri. Non potevo più parlare fluidamente con lui, lo dovevo intuire. Ho il ricordo di momenti, di colpi d’occhio sulla sua persona.
Quando l’incontravo avevo l’impressione di trovare un uomo più libero, paziente, comprensivo, oserei dire più disarmato. Rapidamente diverso da come appariva a Castello. Una volta glielo dissi: “mi pare come se lei fosse venuto a Castello, dopo la sua precedente e importante esperienza di lavoro, con la cartucciera piena e ora si trova ad aver sparato tutte le sue cartucce; che la cartucciera delle “sue cartucce” sia quasi vuota e che possa ora più facilmente guardare, ascoltare, comprendere, accompagnare”. Credo che un po’ ne fosse convinto anche lui; un discorso specialmente fu per me rivelatore del suo stato d’animo sempre più profondo ed enormemente dilatato, della sua speranza vissuta sempre nella qualità e intensità della virtù teologale. Parlavamo di qualcosa del pontificato, ora non ricordo bene il punto, ma deve essersi trattato della maniera molto interpretativa e sicura del Papa, come appariva in quegli anni, che forse non lo convinceva del tutto come “stile”. Mi disse anche che a tavola col Papa in Vaticano aveva dissentito su qualche punto e che la cosa continuava a pesare un po’… (cocciutaggine imprudente per la franchezza…). Io facevo il tifo per il modo di fare del Papa e gli dissi che forse voleva stringere i ranghi, alla polacca, e formare il cuneo della falange che avrebbe sfondato il reticolato duro della trincea del duemila. Mi disse, pensoso e guardando lontano, eravamo sulla veranda del palazzo: “la soglia del duemila non la sfonderà in massa la falange, ma gli arditi, uno a uno, con in mano le cesoie per tagliare i reticolati: i poveri, le donne di casa, i malati”.
Credo, alla luce anche della sua morte, che “santa Teresina” avesse preso il sopravvento su “santa Teresona” e che la sua vita interiore si fosse molto semplificata. Lavorava sempre tantissimo, ma credo senza la volitività umana del suo “io” naturale, come se il volere fosse stato sostituito, in una sfera spirituale tanto più alta e sconfinata, dall’ offrire. Intuivo questo dai pochi incontri con lui, dall’osservazione dei suoi gesti, dal tono delle sue parole, dalla sua stessa figura fisica diventata più scarna e asciutta. Una volta mi accennò a delle sofferenze e pene che doveva vivere per motivo di qualcuno; parlava accennando appena, parole qua e là; non capivo; concluse dicendo: “offriamo tutto”.
Divenne più dolce. Fui sempre impressionato dal vedere il corridoio del suo appartamento privato tappezzato di quadri od opere d’altro genere, che mozzavano il fiato per come erano fatte. A Castello nell’appartamento privato c’erano solo opere d’arte serie, la maggior parte provenienti dal raffinato “entourage” artistico di papa Montini. Ma passando per quella “galleria” che andava dallo studio del segretario alla cucina, non potevo non commuovermi al pensiero di un nonno che con gioia appende in casa sua i quadretti dei nipotini, che se ne fa un baffo dell’arte e che solo considera l’affetto che il dono interpreta; che se dice “bello, grazie”, non lo spedisce poi in soffitta. Tutti quei quadri volevano dire per me anche un aumento di quantità e di qualità di relazioni, specialmente con i laici, presso i quali credo che il valore del solco da lui scavato a Perugia vada cercato: la Cattedrale di piena di gente come non mai al suo funerale lo attesta.
Ricordo, per quel poco che potei conoscere, dei fatti emblematici della sua sensibilità:
L’intervento chirurgico espressamente voluto al Policlinico di Perugia, vescovo perugino malato tra perugini malati, e non al decimo piano del Gemelli.
La risistemazione e rivitalizzazione di “Fontenovo”, parallelo all’impressionante restauro della Cattedrale di san Lorenzo.
I malati, momento sostanziale delle sue visite pastorali.
La concretezza e la responsabilità dei suoi sentimenti familiari: l’amata presenza in casa della zia Letizia, ormai molto anziana e cieca, ultimo anello che lo legava alla generazione dei suoi vecchi scomparsi.
Tornai a casa nell’88 e mi trattenni un po’ più a lungo del solito. Fu per me un periodo complesso. Ero certo che avrei trovato in Mons. Pagani una parola che mi avrebbe aiutato a fare chiarezza. Mi trovai con lui pochi giorni dopo il mio ritorno. Era molto preso dal ricordo della visita del Papa a Perugia. Dopo pranzo parlammo fin verso le quattro e mezzo del pomeriggio, ma io avevo la sensazione di non aver “agganciato”. Avrei avuto bisogno d’altro tempo. Mi disse che una decina di giorni dopo sarebbe andato fino a Reggio Calabria per un incontro di presidenza della CEI il pensiero del lungo viaggio lo preoccupava e che sarei potuto andare con lui. Il pensiero più bello era quello del viaggio col Vescovo, le ore anche di semplice vicinanza fisica con lui; al momento di congedarmi mi accompagnò scendendo fino in piazza: poi non lo rividi più da vivo. Fui l’ultimo a baciare il suo anello e la sua fronte purissima e onesta, poi chiusero la bara.
Avete dedicato questo momento a Mons. Pagani seminatore di speranza; quanto ho narrato spero possa aver contribuito a far capire che la speranza non fu per lui qualcosa di pastoralmente estetico, parole graziose, buonismo, dovuto ottimismo o bonarie pacche sulle spalle. Furono azioni concrete nella dimensione e limite della sua vita reale, del suo dovere di sacerdote e vescovo, fatte spesso da solo, fatte anche senza successo, fatte per altri, fatte guardando Dio, quindi guardando lontano: “in lumine vultus tui“; riassumibili totalmente nella semplicità dell’Atto di Speranza: “Mio Dio, spero dalla tua bontà, per i meriti di Gesù Cristo Nostro Salvatore, la vita eterna e le grazie necessarie per meritarla con le buone opere che io debbo e voglio fare: Signore che io possa goderti in eterno“.
Nella morte la prova suprema della verità delle nostre parole e prediche, della nostra speranza. Così Mons. Pagani nei pochi minuti che sapeva lo separavano dalla morte: “Alberto, è ormai il momento del ritorno a casa…. Vogliatevi sempre bene…“.
“Ci ha insegnato a vivere e ci ha insegnato a morire”, disse Mons. Urru al suo funerale.
Risuoni sempre in noi la sua frequente esortazione all’ottimismo e alla speranza: “in alto i cuori”: lui il suo lo manteneva sempre “rivolto al Signore”.
Mons. Ivo Baldi